Si parla spesso di manager tossici, ambienti lavorativi disfunzionali e aziende che non valorizzano i propri dipendenti. Ed è vero: secondo uno studio del Workforce Institute, il manager impatta sulla salute mentale dei dipendenti (69%) più di un dottore (51%) e tanto quanto il partner (69%).
Ma c’è un aspetto di cui si parla molto meno e che potrebbe ribaltare completamente la tua prospettiva sulla tua situazione lavorativa attuale.
Come in ogni relazione, anche sul lavoro esiste un equilibrio delicato che coinvolge tutte le parti. Se da un lato pretendiamo giustamente manager capaci, gentili e che sappiano guidare con empatia, dall’altro dobbiamo ricordarci che anche noi, come membri del team, abbiamo responsabilità precise nel creare un ambiente lavorativo sano ed efficace.

La salute di un team non si misura solo da quanto siano felici gli operativi, ma anche dalla qualità delle interazioni che attraversano quelle dinamiche quotidiane. E qui arriva la domanda scomoda: e se il problema non fosse sempre il capo “cattivo”, ma alcuni dei nostri atteggiamenti?
Con questo contenuto, che sappiamo potrebbe risuonarti molto diretto, vogliamo fornirti 15 “segnali” ed una serie di domande utili per capire se qualcosa nel tuo lavoro o nel tuo ruolo in quella specifica azienda comincia a non funzionare, così da capire come viene condizionato il tuo atteggiamento e se è arrivato il momento di cambiare lavoro.
1. Prendi ogni feedback sul personale
Quando un collega o il tuo manager ti dà un feedback costruttivo sul tuo lavoro, la tua prima reazione è quella di sentirti attaccato personalmente? Se la risposta è sì, questo è un segnale importante da non sottovalutare.
Un feedback, se ben dato, non riguarda TE come persona, ma il task, il processo o il risultato.
È un’enorme opportunità di crescita che, però, richiede la capacità di separare l’identità personale dalla performance lavorativa.
Se ti ritrovi costantemente a vivere ogni suggerimento come una critica al tuo valore come persona, significa che stai spostando il dialogo su un piano emotivo che non aiuta né te né il team.
Questo atteggiamento può nascere da insicurezza, perfezionismo eccessivo o da un ambiente precedente particolarmente tossico che ti ha reso ipersensibile.
In ogni caso, se non riesci a sviluppare questa capacità di distacco professionale, potrebbe essere il momento di cercare un contesto lavorativo che ti permetta di ricostruire questa competenza fondamentale.
Domande per analizzare come reagisci ai feedback
- Qual è stata la mia reazione emotiva agli ultimi tre feedback ricevuti?
- Riesco a separare il giudizio sul mio lavoro dal giudizio su di me come persona?
- Quando ricevo un feedback, il mio primo impulso è difendermi o capire come migliorare?
- Ho mai ringraziato sinceramente qualcuno per un feedback che inizialmente mi aveva infastidito?
2. Crei e/o alimenti il gossip nel team
Parlottare su colleghi e dinamiche di team è quasi un istinto primordiale: in passato ci aiutava a rimanere aggiornati sul contesto sociale di riferimento. Ma oggi, nella maggior parte dei casi, è un atteggiamento che crea spaccature invisibili tra le persone e avvelena l’ambiente lavorativo.
Se ti ritrovi spesso al centro di conversazioni sussurrate sui colleghi, se sei quello o quella che raccoglie e diffonde informazioni sui conflitti interni o se cerchi alleanze attraverso la critica di altri membri del team, stai contribuendo attivamente a creare un ambiente tossico.
Il gossip è seducente perché ci fa sentire parte di un gruppo ristretto, ci dà l’illusione di avere informazioni privilegiate e, temporaneamente, ci fa sentire superiori a chi viene criticato. Ma a lungo termine distrugge la fiducia, alimenta paranoia e trasforma il luogo di lavoro in un campo di battaglia dove tutti guardano tutti con sospetto.
Domande per capire se alimenti il gossip nel team
- Nell’ultima settimana, quante volte ho parlato di un collega quando non era presente?
- Sono io quello che porta le “notizie” sui conflitti interni del team?
- Quando qualcuno inizia a fare gossip, io cambio discorso o partecipo attivamente?
- Le mie conversazioni private sui colleghi sono cose che direi anche davanti a loro?
3. Consideri ogni imprevisto come un dramma
Tutti cerchiamo stabilità e prevedibilità, ed è perfettamente normale. Ma se una call all’ultimo minuto, un cambio di priorità o una richiesta urgente ti mandano regolarmente in tilt emotivo, c’è un problema di flessibilità mentale che va affrontato.
In un contesto aziendale articolato e dinamico, l’imprevisto non è l’eccezione ma la regola. Clienti che cambiano idea, mercati che si muovono, opportunità che si presentano all’improvviso: tutto questo richiede un team che sappia adattarsi senza creare frustrazioni generalizzate.
Se la tua reazione standard agli imprevisti è lamentarti, stressarti visibilmente o far sentire in colpa chi ha generato il cambiamento, stai creando un clima di tensione che si ripercuote su tutto il team.
Questo non significa accettare passivamente qualsiasi richiesta irragionevole, ma sviluppare la capacità di gestire l’incertezza con professionalità.
Domande per analizzare come reagisci agli imprevisti
- Come reagisco fisicamente e emotivamente quando i piani cambiano all’ultimo minuto?
- I miei colleghi evitano di comunicarmi cambiamenti per paura della mia reazione?
- Riesco a trovare soluzioni alternative quando qualcosa non va come previsto?
- Quanto tempo impiego a accettare e adattarmi a una nuova situazione imprevista?
4. Non rispetti le scadenze (e gestisci male i ritardi)
Il problema quasi mai è il ritardo sulla scadenza in sé. Può succedere a tutti per mille ragioni legittime: sottovalutazione dei tempi, imprevisti, sovraccarico di lavoro. Il problema è COME gestisci il ritardo sulla scadenza.
Se tendi a ignorare il problema sperando che nessuno se ne accorga, se non comunichi in anticipo le difficoltà che stai incontrando, o se non proponi soluzioni alternative, stai creando problemi più grandi del ritardo stesso.
La mancanza di comunicazione proattiva mette in difficoltà tutto il team e dimostra scarsa responsabilità professionale.
D’altra parte, se i ritardi sono diventati una costante, potrebbe esserci un problema di sovraccarico che il tuo manager non conosce, o di gestione del tempo che va affrontato. In entrambi i casi, il dialogo aperto è la chiave per migliorare i processi e trovare soluzioni sostenibili.
Domande per analizzare come gestisci le scadenze
- Quando capisco che non riuscirò a rispettare una scadenza, quanto tempo aspetto prima di comunicarlo?
- Ho mai fatto finta che tutto fosse sotto controllo mentre sapevo di essere in ritardo?
- Propongo sempre soluzioni alternative quando comunico un ritardo?
- I miei ritardi sono eccezioni o sono diventati un pattern ricorrente?
5. La tua seconda parola preferita è “Scusa”
Saper chiedere scusa è un atto di coraggio bellissimo quando è sincero e appropriato. Ma se gli “scusa-scusa-scusa” sono diventati una routine, potrebbero nascondere tendenze di compiacenza o evitamento del conflitto che non aiutano a costruire un ambiente lavorativo sano ed efficace.
Le scuse eccessive spesso mascherano insicurezza, paura del giudizio o un pattern di auto-svalutazione che non fa bene né a te né al team. Se ti scusi per ogni piccola cosa – per aver fatto una domanda, per aver espresso un’opinione, per aver occupato tempo in riunione – stai segnalando agli altri che il tuo contributo è meno importante di quello degli altri.
Questo atteggiamento può essere nato in contesti familiari o lavorativi precedenti particolarmente critici, ma mantenerlo significa non permettere a te stesso di occupare lo spazio professionale che meriti e non permettere al team di beneficiare del tuo vero valore.
Domande per analizzare se il tuo chiedere scusa è indice di insicurezza
- Quante volte ho detto “scusa” oggi e per cosa esattamente?
- Mi scuso anche per cose che non dipendono da me o per cui non ho responsabilità?
- Uso le scuse per evitare discussioni o confronti diretti?
- Le persone intorno a me hanno mai notato le mie scuse eccessive?
6. Dici “Ok” quando vorresti dire “Non sono d’accordo”
Ecco un falso amico che conosciamo tutti: quell'”ok” mascherato che pronunciamo quando in realtà avremmo voluto dire tutt’altro.
Ti convince che stai creando un compromesso diplomatico, ma sotto sta generando frustrazione che, nel tempo, può sfociare in atteggiamenti passivo-aggressivi.
Dire “ok” quando non sei d’accordo non è gentilezza o spirito di squadra: è mancanza di coraggio professionale. E le conseguenze si vedono: progetti che non condividi e che quindi non sostieni con entusiasmo, decisioni che poi saboti inconsciamente, tensioni che si accumulano fino a esplodere in momenti inappropriati.
Per instaurare relazioni lavorative davvero efficaci è sempre meglio una discussione vera, costruttiva e rispettosa, che un “ok” pronunciato a denti stretti. Il conflitto costruttivo è un ingrediente essenziale dei team ad alta performance, non qualcosa da evitare a tutti i costi.
Domande da farti se stai limitando la tua libertà di pensiero
- Quante volte nell’ultimo mese ho detto “ok” senza essere davvero d’accordo?
- Cosa temo esattamente quando penso di esprimere disaccordo?
- I progetti sui cui ho detto “ok” a malincuore sono poi andati come speravo?
- Ho mai sabotato inconsciamente qualcosa su cui avevo detto “ok” senza convinzione?
7. L’azienda non rispecchia più chi sei diventato
Il percorso di crescita professionale e personale è in continua evoluzione, e quello che eri quando hai iniziato questo lavoro potrebbe essere molto diverso da chi sei oggi.
L’organizzazione che un tempo ti entusiasmava e ti faceva sentire parte di qualcosa di grande ora potrebbe sembrarti estranea ai tuoi principi e alle tue aspirazioni.
Questo disallineamento valoriale non è colpa di nessuno: è il risultato naturale del tuo sviluppo come professionista e come persona.
Quando ti accorgi che le decisioni aziendali ti mettono a disagio, quando la cultura organizzativa stride con i tuoi principi, quando ti ritrovi a giustificare costantemente scelte che non condividi, significa che è arrivato il momento di cercare un ambiente che sia in sintonia con quello che sei diventato.
Domande per analizzare se i tuoi valori sono allineati all’azienda
- I valori aziendali che mi attraevano all’inizio sono ancora importanti per me?
- Mi ritrovo a giustificare spesso le decisioni della mia azienda con amici e familiari?
- Quando parlo del mio lavoro, provo ancora entusiasmo o solo senso del dovere?
- La persona che sono diventata professionalmente si riconosce nella cultura aziendale attuale?
8. Sul lavoro hai solo voglia di tornare a casa
C’è una differenza sostanziale tra una giornata “no” occasionale e il pattern sistematico di chi vive il lavoro come una prigione temporale.
Quando il primo pensiero al risveglio è “quanto manca alla fine della giornata”, quando ogni ora in ufficio si trasforma in un’eternità, quando il weekend diventa l’unico momento di vera vita, allora c’è un problema serio da affrontare.
Questo stato di sopravvivenza professionale è devastante per la motivazione e per la qualità del lavoro che produci.
Non stai più contribuendo al massimo delle tue potenzialità, non stai imparando, non stai crescendo. Stai semplicemente resistendo. E resistere non è vivere.
Domande per capire se vivi il lavoro come una prigione temporale
- Qual è il primo pensiero che faccio quando suona la sveglia la mattina?
- Durante la giornata lavorativa, controllo spesso l’orologio per vedere quanto manca?
- I weekend sono l’unico momento in cui mi sento davvero me stesso?
- Riesco ancora a provare soddisfazione per i risultati che ottengo al lavoro?
9. Svolgi una professione che non senti (più) tua
Questa è forse una delle situazioni più complesse da gestire perché coinvolge aspetti pratici importanti: il mutuo da pagare, la famiglia da mantenere, le responsabilità economiche che non si possono ignorare.
Spesso ci si ritrova a essere diventati eccellenti in qualcosa che non si ama, creando una trappola dorata difficile da spezzare.
La competenza acquisita negli anni può diventare una gabbia: sei bravo in quello che fai, sei riconosciuto per questa expertise, ma dentro di te sai che non è quello che vorresti fare della tua vita. Il primo passo non è necessariamente lasciare tutto, ma iniziare a costruire ponti verso quello che desideri veramente, magari sviluppando competenze parallele o esplorando transizioni graduali.
Domande per capire se il tuo lavoro ti appassiona ancora
- Se non avessi vincoli economici, continuerei a fare questo lavoro?
- Quando qualcuno mi chiede “ti piace quello che fai?”, cosa rispondo onestamente?
- Ho sviluppato competenze in questo campo solo per necessità o anche per passione?
- Sogno ancora un futuro professionale diverso da quello attuale?
10. Inizi sempre la giornata in stanchezza e stress
Quando il lavoro inizia a manifestarsi attraverso sintomi fisici – insonnia, mal di testa ricorrenti, tensione muscolare, problemi digestivi, stanchezza cronica – il tuo organismo ti sta comunicando che qualcosa deve cambiare urgentemente.
Questi non sono semplici “effetti collaterali” del lavoro moderno da accettare passivamente.
Il burnout professionale ha conseguenze reali sulla salute fisica e mentale che possono avere ripercussioni a lungo termine.
Quando alzarsi per andare a lavorare diventa uno sforzo fisico oltre che mentale, quando lo stress lavorativo condiziona il sonno, l’appetito e l’umore anche nei momenti di pausa, significa che il costo umano di quel lavoro è diventato troppo alto.

Domande per capire il tuo livello di stanchezza da lavoro
- Mi sveglio riposato o già stanco pensando alla giornata che mi aspetta?
- Ho disturbi fisici (mal di testa, tensioni, problemi digestivi) che coincidono con i giorni lavorativi?
- Il mio sonno è influenzato dai pensieri sul lavoro?
- Le persone vicine a me hanno notato cambiamenti nel mio umore o nella mia energia?
11. Non ti senti valorizzato
In ogni ambiente lavorativo sano dovrebbe esistere uno spazio per la voce e il contributo di ogni membro del team.
Quando ti accorgi che le tue opinioni vengono sistematicamente ignorate, quando le tue proposte non vengono nemmeno considerate, quando hai la sensazione di poter sparire senza che nessuno se ne accorga, significa che c’è un mismatch fondamentale tra te e quell’ambiente.
Questa invisibilità professionale è tossica per l’autostima e per lo sviluppo delle competenze. Non stai solo sprecando il tuo potenziale, ma stai anche perdendo fiducia nelle tue capacità.
Un ambiente che non sa riconoscere e utilizzare il tuo valore è un ambiente che non merita il tuo tempo.
Domande per capire se ti valorizzano ancora sul lavoro
- Quando è stata l’ultima volta che qualcuno ha riconosciuto apertamente il mio contributo?
- Le mie idee vengono ascoltate e considerate nelle riunioni?
- Ho la sensazione che il mio lavoro faccia davvero la differenza per l’azienda?
- Se dovessi lasciare il lavoro domani, qualcuno noterebbe veramente la mia mancanza?
12. Senti di non poter crescere più
La sensazione di stallo professionale è uno dei killer più subdoli della motivazione lavorativa.
Ti ritrovi a svolgere sempre gli stessi compiti, ad affrontare sempre le stesse sfide, a interagire sempre con le stesse dinamiche. La routine ha sostituito la crescita, la prevedibilità ha ucciso la curiosità.
Quando ogni lunedì mattina sai già esattamente come si svolgerà la settimana, quando non ci sono più obiettivi stimolanti all’orizzonte, quando la parola “sviluppo” è sparita dal tuo vocabolario lavorativo, significa che hai bisogno di un cambio di scenario per tornare a crescere professionalmente.
Domande per capire se stai crescendo ancora
- Che nuove competenze ho sviluppato negli ultimi sei mesi?
- Vedo opportunità concrete di avanzamento nella mia posizione attuale?
- Le sfide che affronto oggi sono diverse da quelle di un anno fa?
- Ho ancora obiettivi professionali stimolanti all’orizzonte?
13. Lo stipendio non è più adeguato alle tue competenze
La questione retributiva va oltre i soldi: è una questione di riconoscimento. Quando le tue competenze si sono evolute, quando le tue responsabilità sono aumentate, quando il valore che apporti all’azienda è cresciuto ma la busta paga è rimasta ferma, c’è uno squilibrio che va affrontato.
Non si tratta di avidità, ma di equità. Se hai tentato un dialogo costruttivo con il tuo manager per riallineare la retribuzione alle tue competenze attuali e la risposta è stata negativa o evasiva, allora è legittimo cercare altrove il riconoscimento economico che meriti.
Domande per capire se lo stipendio è adeguato
- La mia retribuzione è cresciuta insieme alle mie responsabilità e competenze?
- Ho mai fatto una ricerca di mercato per capire quanto dovrei guadagnare con la mia esperienza?
- Quando ho chiesto l’ultimo aumento e quale è stata la risposta?
- Il rapporto tra quello che do e quello che ricevo mi sembra equo?
P.S.: se vuoi conoscere le competenze del futuro, ti consigliamo di leggere l’articolo sulle 15 competenze più richieste entro il 2030!
14. Le tue ambizioni sono più grandi del tuo ruolo attuale
L’ambizione professionale è un motore potente di crescita personale e non dovrebbe mai essere repressa o ignorata.
Se sogni responsabilità maggiori, se vuoi gestire progetti più sfidanti, se aspiri a guidare un team o a prendere decisioni strategiche, questi desideri meritano di essere presi sul serio.
Quando l’azienda attuale non può offrirti percorsi di crescita strutturati, quando la gerarchia è rigida e bloccata, quando le opportunità di avanzamento sono inesistenti o riservate ad altri, allora è il momento di cercare contesti che possano alimentare le tue ambizioni invece di frenarle.
Domande per misurare il livello delle tue ambizioni
- Dove mi vedo professionalmente tra tre anni e questo lavoro può portarmici?
- Ho ambizioni che il mio ruolo attuale non può soddisfare?
- L’azienda ha mai investito nella mia crescita professionale oltre al lavoro quotidiano?
- Mi sento sotto-utilizzato rispetto al mio potenziale?
15. Il lavoro condiziona negativamente la tua vita privata
L’equilibrio tra vita professionale e personale non è un lusso, ma una necessità per il benessere psicologico a lungo termine.
Quando il lavoro inizia a fagocitare tutto – i weekend, le serate, le vacanze, i momenti con la famiglia e gli amici – c’è un problema serio di boundaries che va risolto.
Se ti ritrovi a controllare le email a cena, se i pensieri lavorativi ti tengono sveglio la notte, se non riesci più a goderti un momento di pausa senza sensi di colpa, se le persone care iniziano a lamentarsi della tua assenza anche quando sei fisicamente presente, allora è arrivato il momento di cercare un contesto che rispetti la tua dimensione umana oltre a quella professionale.
Domande per capire quanto la tua vita privata è condizionata dal lavoro
- Riesco a staccare completamente dal lavoro quando sono a casa?
- Le persone care si lamentano della mia assenza emotiva anche quando sono presente fisicamente?
- Ho dovuto rinunciare a hobby, passioni o relazioni a causa del lavoro?
- Il mio lavoro mi permette di essere la versione migliore di me stesso anche fuori dall’ufficio?
Quando l’autoanalisi incontra la realtà
La decisione di cambiare lavoro non dovrebbe mai essere presa d’impulso o per sfuggire a responsabilità che, in realtà, ci appartengono. Richiede invece una lucidità brutale nel guardare sia dentro che fuori di noi, distinguendo tra ciò che possiamo cambiare e ciò che invece richiede un cambio di scenario.
Questo viaggio di autoesplorazione che abbiamo percorso insieme non ha l’obiettivo di colpevolizzarti o di assolverti, ma di offrirti una mappa più completa del territorio professionale in cui ti muovi. Perché la verità è spesso più sfumata di quanto vorremmo: raramente tutti i torti sono da una parte sola.
Da una parte esiste il tuo diritto sacrosanto a un ambiente lavorativo che riconosca le tue competenze, rispetti la tua persona e offra prospettive di crescita concrete.
Non devi accontentarti di briciole professionali o sopportare situazioni che minano la tua autostima e il tuo benessere. La vita è troppo breve per passarla in contesti che non ti valorizzano.
Dall’altra parte esiste la tua responsabilità altrettanto importante di essere un professionista con cui è piacevole collaborare, qualcuno che contribuisce costruttivamente all’atmosfera del team e che affronta le sfide quotidiane con maturità ed equilibrio.
Non puoi pretendere un ambiente perfetto se non sei disposto a fare la tua parte per crearlo.
Il punto non è diventare perfetti prima di poter aspirare a qualcosa di meglio. Il punto è sviluppare la consapevolezza necessaria per riconoscere quando il problema è interno e va risolto lavorando su noi stessi, e quando invece il problema è strutturale e richiede un cambiamento di contesto.
A volte la soluzione è guardare dentro: acquisire maggiore resilienza emotiva, sviluppare competenze comunicative più efficaci, imparare a gestire lo stress e i conflitti con più saggezza. Questi sono investimenti su te stesso che porterai in qualsiasi futuro lavoro.
Altre volte la soluzione è guardare fuori: cercare un’organizzazione che sappia vedere e utilizzare il tuo potenziale, un ruolo che accenda la tua curiosità, un ambiente che rispetti i tuoi valori e il tuo bisogno di equilibrio.
Ma la cosa più pericolosa che puoi fare è rimanere fermo nel limbo, in quella zona grigia dove ti lamenti della situazione attuale senza fare nulla per cambiarla, né internamente né esternamente. Questo limbo professionale è dove muoiono i sogni e si sprecano i talenti.
La tua carriera professionale non è qualcosa che ti capita, ma qualcosa che costruisci giorno dopo giorno attraverso scelte consapevoli. E la prima, più importante di queste scelte, è decidere di essere onesto con te stesso su quello che stai vivendo e su quello che meriti.
Perché alla fine, che tu decida di restare e migliorare la tua situazione attuale, o che tu decida di cercare nuove opportunità altrove, l’importante è che quella decisione nasca dalla consapevolezza, non dalla paura o dalla rassegnazione.
Il cambiamento autentico inizia sempre da una domanda semplice ma coraggiosa: “Quello che sto vivendo oggi è quello che voglio per il mio domani?” Se la risposta è no, allora hai già fatto il primo passo verso qualcosa di migliore.

